insieme ad Andrea Barretta

Inserita a agosto 24, 2017

insieme ad Andrea Barretta “La dicotomia alchemica di Ettore Goffi”

Fatto anomalo dell’arte contemporanea è quello di un artista che s’interroga sulla bellezza e, badate bene, non con riferimento a un’estetica banalizzata da motivazioni di gusto o di moda, ma a quell’essenziale obiettivo di guardare un’opera d’arte senza l’ausilio della parola. E’ il paradosso – attuale in un dibattito culturale – che mette in campo Ettore Goffi nella dicotomia dell’artista che diventa scrittore o, se vogliamo, il contrario, non in una divisione contrapposta ma nel valicare pagine di un libro per andare oltre e approdare nello spazio che rende visibile l’immagine a dilatare il pensiero, dove appare evidente anche la dualità tra definizione di arte e l’esercizio della bellezza che possa competere con il configurarsi di una necessaria presenza dell’estetica.

E’ il nucleo di una scrittura ritmata da citazioni e precetti quasi a guida del comportamento morale, o della vita pratica, cui pone il racconto di cognizioni individuali, in un ritualismo inteso sia come purificazione della parola sia come riscatto dall’incoerenza di molti nel non definire l’arte né a purificarla da sperimentazioni folli, tanto che si assiste a forme che lasciano perplessi, se non esterrefatti, chiunque mastichi almeno un po’ la storia dell’arte o soltanto il buonsenso a dire in coro con l’editore Leopoldo Longanesi che l’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati. In tale contesto sono importanti i riferimenti a ricomporre un’angolazione utile a rintracciare una ricognizione attraverso le suggestioni e le potenzialità della bellezza esercitate nella radicalità linguistica lontana dallo star system che avanza nell’affogare l’arte in un mercato fatto di stereotipi a sradicare i tradizionali rapporti tra meraviglia e stupore, immaginazione e seduzione. Non a caso Ettore Goffi pone un diverso punto di vista che affiora nell’autorialità usata per ridefinire un’attesa: quella di riconoscere il passato per entrare nel futuro, nell’attualità in cui operare senza egocentrismi che corrodono l’anima e le nuove generazioni nella precarietà. E prima o poi dovremo pur affrontare l’adeguamento a essere “immunizzati da occhi nuovi” e a dare all’arte “un significato antropologico e sociale” cui assegna una “soggettività personale” nel tentativo “mai pienamente compiuto, di dare forma estetica” all’ispirazione, perché a dirla con Saba, l’opera d’arte è sempre una confessione.

Goffi, allora, cerca di entrare nella condizione dell’artista scrittore e di trovare un’intesa con l’alchimia tra arte e bellezza, ma anche – appunto – tra società e quotidianità, accennando a temi forti che un breve saggio necessariamente non approfondisce e per questo lascia alcune domande al lettore per una riflessione singolare, ma chiede di fare memoria del “vedere” e del “guardare”, per quanto è intorno a noi affinché arrivi al cuore. E’, insomma, il richiamo principale di tutta la sua dialettica che orchestra in una sorta di caccia al tesoro per raggiungere l’incanto epifanico del “giusto criterio delle realizzazioni”, come dettava Giovanni Paolo II in riferimento all’arte. E ci dà un indizio fondamentale – per uscire da qualsiasi dubbio – nel citare lo scrittore austriaco Karl Kraus, quando afferma che “il vizio e la virtù sono parenti, come il carbone e i diamanti che hanno per base comune il carbonio”.

Semiotica e sociologia, quindi, sono nel suo interesse, nel lasciare le orme più profonde tra le righe dove è animato dal desiderio di guardare dietro e dentro il sé, consapevole di cercare soprattutto un dialogo esplicitato fin dal titolo, là dove si allontana da una vicenda esclusiva per aprirsi all’universale esplorazione della bellezza. E ci porta in una posizione di primato grazie a questa pratica transdisciplinare a plasmare l’armonia e l’energia narrativa in paesaggi mnemonici che si fanno visibili solo a chi è capace di un’attenzione “sincera a favore della bellezza” nello “svelare il mistero nascosto di un’anima, l’identità stessa del suo autore, che non solo espone la propria opera ma si espone senza difesa alcuna”, scrive. Un approccio, certo, ma incisivo e lucido, coeso per Ettore Goffi per non arrancare in una realtà distante, utopica, senza uno sviluppo ascrivibile a mancati pragmatismi e riferibili alla commercializzazione dei valori che scalfisce l’esistere. Ne è pausa e dignità, questo il cuore della riflessione, tant’è che intende provocare nel lettore quell’emozione che, avvisa, ci sarà solo se riusciamo a sospendere “le mille distrazioni e preoccupazioni di cui siamo succubi abitualmente”, perché “il contatto con l’intera umanità nutre e dà forma all’ispirazione artistica”. E come non essere con lui, con il nostro autore, se poi convoca in una chiamata allo splendore, alla magnificenza, all’incanto, con la pittura di Van Gogh, la musica di Beethoven e la scrittura di Dante?

Pur sapendo, tuttavia, che ogni sistema contiene delle contraddizioni è indubbio, seguendo questo percorso, che possiamo desiderare il bene e il bello in una convergenza al di sopra di tutto, sempre più intermedia nella nostra esistenza a comporre la speranza cui si appella Goffi, senza illusioni estetiche né elogi soggettivi che andrebbero a significare che non è arte e non c’è l’artista. Allora bisogna trovare la bellezza e bisogna cercarla seppure nel deserto dell’incomunicabilità e continuare a materializzarla conservandone la sostanza. Bisogna, insomma, ci dice l’autore, operare delle scelte nel disporre risultati espressivi e funzione estetica affidata alla tensione del nostro essere, nell’indefinibile avvertito con inequivocabile trasporto intimo se c’è la presenza trascendente, per la purezza concretizzata in un carattere prevalente leggibile nell’incessante arricchimento reciproco. In questi istanti letterari ravvisiamo lo scrittore, quando fa sua l’espressione di Bertolt Brecht sul far confluire tutte le arti nell’arte più grande di tutte: quella di vivere, e quando palesa la risolutezza di lasciare anche solo per un momento i pennelli e la sua tavolozza per essere strumento di un’idea che sia tema di facoltà nel giardino delle opportunità, pur in un paese che si è impoverito culturalmente. In fondo basta averne la consapevolezza, ed Ettore Goffi l’ha, perché ragiona fuori da imposizioni e limitazioni, soprattutto in quel ritorno a casa, nella dimora in cui abbracciare non l’intenzione di Kant ma la realizzazione di Hegel, nell’impegno morale da versare al vero oltre il dominio di balzelli pseudo culturali, almeno nell’accostare il pensiero all’esperienza artistica, e se questa bellezza “dischiusa” non salverà il mondo come nei desideri di Dostoevskij, forse basterà a salvare l’arte.

 (Dall’introduzione di Andrea Barretta “La dicotomia alchemica di Ettore Goffi” al saggio poetico di Ettore Goffi, “La bellezza dischiusa”, Prinp Editore, Torino, 2015)

Andrea Barretta

Andrea Barretta

http://www.andreabarretta.it

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